Grazie a Roma

Lo confesso: anche io e i miei amici, due milanisti e due romanisti, vecchie pantegane da stadio, ci siamo mossi con una certa circospezione. Solo se si è “tigri” disposte a testuggine nell’angusto spicchio di Olimpico riservato agli ospiti ci si può permettere di essere esuberanti, strafottenti. Noi della quinta colonna no. Ci si guarda di sottecchi e si dà poca confidenza in giro. Leggi Ultimo Stadio Per fare il cucchiaio devi essere Totti
13 AGO 20
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Seduto due sedie più in là, sulla destra, c’è uno che si vede che soffre ma senza esultare né imprecare, non muove pelo quando la palla bacia il palo o esce di un niente. Solo alla fine capisco che anche lui è rossonero, ci stringiamo la mano con moderazione. Sono cose da stadio: non c’è niente da fare resta sempre un po’ di apprensione anche quando si affrontano squadre che avrebbero più di una ragione per essere cugine e la posta in gioco è tutto sommato modesta. E’ vero che quando tendono le loro sciarpe e cantano a fronte alta il vendittiano “core de sta città”, che è comunque niente male, anzi è decisamente l’inno più bello del campionato, i romanisti fanno una certa impressione come si sentissero davvero padroni del destino altrui. Comunque non sabato sera e non certo del nostro. Contro le previsioni dei falsi profeti, contro gli iettatori d’autunno che alle prime difficoltà dimenticano chi siamo, da dove veniamo e come si lavora nella bottega del Diavolo, contro parte di noi stessi dunque e “altri” particolarmente loquaci dopo decenni di magra, abbiamo vinto. E che gli empi siano perdonati. In letizia. Grazie anzitutto a chi va in campo. E mette come si dice la faccia e la gamba. Il successo tempra.
Vincere fa diventare uomini fatti e finiti, aiuta a reggere le pressioni, stimola le ambizioni, aumenta l’autostima: da oggi non sono più “ragazzi”, ma di nuovo campioni. Grazie poi all’allenatore che ha saputo fare e disfare con realismo e personalità, è partito in salita ma ha tagliato il traguardo con due giornate di anticipo. Per le cronache ha fatto meglio del filosofo di Setùbal. Grazie alla società, ovviamente. E al presidente eterno. Cui dobbiamo gratitudine senza faglia e sentimenti forti. Ci ricorda un po’ troppo spesso che ha fatto regali sontuosi e vorrebbe, come si dice, un giusto ritorno degli investimenti, magari in voti che fanno comodo in generale e oggi in particolare. Sarebbe stato meglio pensarlo ma non dirlo, un po’ come la revoca del decreto sul nucleare per non far fare il referendum o le bombe a grappolo degli alleati sulla Libia. Il Milan è altro e altrove: non può fare da schermo a secondi fini né da specchio a vanità anche se legittime.
La Werke berlusconiana nel calcio sarà compiuta quando affiancheremo e magari supereremo la più straordinaria macchina da calcio del decennio: il Barcellona. E’ tempo che anche noi si spanda attorno sbigottimento e meraviglia. Lo scudetto è stato solo un primo passo. In una bella serata di maggio.